La Malafemmina del cinema ha 60 anni e manco una ruga

Publié le par Alessandro Chetta

La Malafemmina del cinema ha 60 anni e manco una ruga

La commedia del ‘56 consacrò la coppia di Totò e Peppino. Incassò la cifra stratosferica di 680 milioni di lire. Dorian Gray, la protagonista, è morta suicida nel 2011

La grande coppia con Dorian Gray (ph. antoniodecurtis.org)

La grande coppia con Dorian Gray (ph. antoniodecurtis.org)

«Malafemmena» a Napoli non è la donnaccia «ma colei che ti fa penare, soffrire per amore» ricordava Giancarlo Governi al resto d’Italia, nel corso delle sue seguitissime pillole tv sulla carriera di Totò. Perché si uscisse dall’equivoco, e per il buon nome della bolzanina Dorian Gray, al secolo Maria Luisa Mangini, malafemmena per sempre ma nel garbato verso partenopeo, suicida nel 2011. La commedia delle commedie compie sessant’anni. «Totò Peppino e la Malafemmina» - con la i italianizzante – uscì nel ’56. La regia è di Camillo Mastrocinque che fece a gara con Mario Mattoli, senza batterlo, nel dirigere Totò. Undici volte il primo (quattro titoli solo nell’aureo 1956), sedici l’altro. Ma fu Mastrocinque a consacrare la supercoppia del cinema italiano di costume de Curtis-De Filippo. Il duo s’era affiatato da poco col precedente La banda degli onesti.

La celebre lettera di Totò e Peppino

De Laurentiis

Dino De Laurentiis, e con lui i produttori Libassi e Broggi, convinti dal botteghino, scommisero sul bis, la malafemmena, che poi è il titolo di una poesia dedicata da Totò alla ex moglie Diana Bandini Lucchesini Rogliani (e non a Silvana Pampanini come s’è malignato a lungo). Benché già separati in casa Diana, pare, tradì una promessa e al Principe piacque graffiarla così. Non a caso «’na femmena busciarda m’ha lassato» è il motivetto che i due comici, nei panni dei fratelli Caponi, canticchiano più volte.

683 milioni d’incasso

La pellicola fruttò quasi 683 milioni contro, per comprendere le proporzioni, i 452 milioni di Totò Peppino e i fuorilegge, i 483 di Totò sceicco, i 279 di Totò cerca moglie. Soldi tanti e tanti anche i sassi della critica, che snobbò o stroncò. Ridere negli anni Cinquanta era considerato affare plebeo. L’Avanti!, foglio socialista, incaricò del bombardamento l’anonimo Vice. «Una farsa grossolana – scriveva il 9 settembre ’56 - urlata in dialetto napoletano dalla prima all’ultima scena. Avanspettacolo e fumetto della peggior qualità». «Né», sparava, «la presenza di bravi attori come Totò e De Filippo si fa avvertire almeno sul piano della buona recitazione». Per seccare il veleno di tutti i «vice» dei giornali l’attore napoletano dovrà attendere 10 anni esatti: gli osanna si leveranno solo quando parlerà a mo’ di Francesco con un corvo marxista addestrato da Pasolini per «Uccellacci e uccellini», 1966.

«Veniamo con questa mia addirvi...»

Torniamo a bomba sui fratelli Caponi, «che siamo noi». Quel pronome finisce per accomunare le maschere di tutto il Sud, che siamo noi, facce di bronzo e arcaica saggezza. Per cui alla ballerina malafemmina conviene accettare «saggiamente» il denaro offertole piuttosto che traviare senza nulla in cambio Teddy Reno, nel ruolo dello studente di Medicina di stanza al nord «perché si deve prendere una laur(e)a». Allo scopo i due Caponi preparano una lettera. «Signorina, veniamo con questa mia addirvi. Addirvi, una parola!». Qui la faccenda si fa politica. Lo stesso Governi rimarcò il balzo dadaista che Totò e Peppino compiono friggendo l’italiano. «Un attacco dissacrante alla lingua istituzionale, del potere e della burocrazia». Un capolavoro, che fa film a parte – la stessa qualità che in subordine hanno le scene dell’arrivo in treno a Milano coi colbacchi e il nojo vulevàm sabuàr in piazza Duomo – e in cui c’è il pennino di Ettore Scola, aiuto regista di Mastrocinque. Si capisce: il grande maestro irpino, scomparso a gennaio, era della scuola della rivista satirica Marc’Aurelio, con Maccari, Steno, Age, Scarpelli. Comicità arguta in superficie ma in filigrana rovente come ferro battuto all’inferno.

(ph. antoniodecurtis.org)

(ph. antoniodecurtis.org)

Lo sketch è stato emulato, omaggiato, storpiato. Celentano e Benigni lo riproposero in diretta a Rockpolitik. Probabilmente ognuno di noi, anche nel dettare una semplice mail, viene tentato dal punto, due punti, un punto e virgola. Massì, abbondiamo.

Il Sud sbeffeggia il Nord

Nel lungometraggio Napoli non è presente «fisicamente» ma in spirito. La campagna dei Caponi è in realtà periferia romana, meno cara per i costi di produzione. Tutto però si gioca sulla cresta nord-sud, tirando chi guarda dalla parte della forza comica meridiana contrapposta alla severità lombarda, dal vigile urbano al maître, e persino a Mezzacapa (Mario Castellani), mezzadro che ha cambiato bandiera perché da giovane, perdinci, militare a Milano.

Publié dans Articles de Presse

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