Brusca scarcerato, da Salvini a Letta: «Questa non è giustizia, è un pugno nello stomaco». Il fratello di Borsellino: «Ripugnante»

Publié le par Il Mattino

Brusca scarcerato, da Salvini a Letta: «Questa non è giustizia, è un pugno nello stomaco». Il fratello di Borsellino: «Ripugnante»

Il boss di Cosa nostra Giovanni Brusca - «lo scannacristianì che ha commesso e ordinato personalmente oltre centocinquanta delitti, ha fatto saltare in aria il giudice Falcone e la sua scorta e ha ordinato di strangolare e sciogliere nell'acido il piccolo Di Matteo - è tornato libero. È una notizia che lascia senza fiato e fa venire i brividi». 

Brusca scarcerato, da Salvini a Letta: «Questa non è giustizia, è un pugno nello stomaco». Il fratello di Borsellino: «Ripugnante»

Così ha commentato Giorgia Meloni, presidente di Fratelli d'Italia, la notizia della scarcerazione di Brusca, ex boss di San Giuseppe Jato, che azionò il telecomando della strage di Capaci e che ha lasciato ieri pomeriggio il carcere di Rebibbia.

Mafia, il pentito Giovanni Brusca scarcerato dopo 25 anni: è il boss responsabile della strage di Capaci

«L'idea che un personaggio del genere sia di nuovo in libertà è inaccettabile, è un affronto per le vittime, per i caduti contro la mafia e per tutti i servitori dello Stato che ogni giorno sono in prima linea contro la criminalità organizzata. 25 anni di carcere sono troppo pochi per quello che ha fatto. È una sconfitta per tutti, una vergogna per l'Italia intera», ha detto Meloni.  

Avendo scelto di collaborare con la giustizia italiana, Brusca ha finito di scontare la pena detentiva per effetto della legge del 13 febbraio 2001. Arrestato nel 1996 sarebbe dovuto uscire l'anno prossimo, nel 2022, ma grazie alla buona condotta, ha potuto godere della scarcerazione anticipata. Reazione sdegnata anche del leader della Lega, Matteo Salvini, che in un tweet ha scritto: «Dopo 25 anni di carcere, il boss mafioso Giovanni Brusca torna libero. Non è questa la giustizia che gli italiani si meritano».

La scarcerazione per fine pena dell'ex boss Giovanni Brusca «è stata un pugno nello stomaco». Lo ha detto il segretario del Pd, Enrico Letta, ospite di «Non stop news» su Rtl 102.5. «Tutti gli italiani si sono chiesti come sia possibile. Anche io ho letto le parole di Maria Falcone che è rimasta anche lei colpita umanamente ma quella legge, ha aggiunto Maria Falcone, l'ha voluta anche mio fratello, perché è una legge che ha consentito tanti pentimenti, arresti e ha consentito di scardinare la criminalità e la mafia», ha sottolineato Letta.

Brusca scarcerato, da Salvini a Letta: «Questa non è giustizia, è un pugno nello stomaco». Il fratello di Borsellino: «Ripugnante»
Brusca scarcerato, da Salvini a Letta: «Questa non è giustizia, è un pugno nello stomaco». Il fratello di Borsellino: «Ripugnante»
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Brusca scarcerato, da Salvini a Letta: «Questa non è giustizia, è un pugno nello stomaco». Il fratello di Borsellino: «Ripugnante»
Brusca scarcerato, da Salvini a Letta: «Questa non è giustizia, è un pugno nello stomaco». Il fratello di Borsellino: «Ripugnante»
Brusca scarcerato, da Salvini a Letta: «Questa non è giustizia, è un pugno nello stomaco». Il fratello di Borsellino: «Ripugnante»

«La scarcerazione di Brusca richiama ancora una volta le sofferenze delle vittime e dei loro familiari e riaccende ancora più forte la loro indignazione. Questo momento conferma quanto bisogno vi sia ancora di verità e giustizia nel nostro Paese». A dirlo dopo la scarcerazione per fine pena di Giovanni Brusca è il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando. 

Salvatore Borsellino - «La liberazione di Brusca, che per me avrebbe dovuto finire i suoi giorni in cella, è una cosa che umanamente ripugna. Però, quella dello Stato contro la mafia è, o almeno dovrebbe essere, una guerra e in guerra è necessario anche accettare delle cose che ripugnano. Bisogna accettare la legge anche quando è duro farlo, come in questo caso». A dirlo all'Adnkronos è Salvatore Borsellino, fratello di Paolo ucciso da Cosa nostra nella strage di via D'Amelio, commentando la scarcerazione di Giovanni Brusca che dopo 25 anni lascia il carcere per fine pena. «Questa legislazione premiale per i collaboratori di giustizia - ricorda l'ideatore del Movimento delle agende rosse - fa parte di un pacchetto voluto da un grande stratega, Giovanni Falcone, per combattere la mafia, dentro ci sono l'ergastolo ostativo, il 41 bis. Va considerata nella sua interezza ed è indispensabile se si vuole veramente vincere questa guerra contro la criminalità organizzata». 

Brusca scarcerato, da Salvini a Letta: «Questa non è giustizia, è un pugno nello stomaco». Il fratello di Borsellino: «Ripugnante»

Fratello Di Matteo - «Umanamente non si potrà mai perdonare. Per me il dolore della morte di mio fratello non si rimarginerà mai, per mia madre la sofferenza è ancora più grande. Ma abbiamo fiducia nella magistratura che ci è stata sempre vicina. Se non crediamo nella magistratura non crediamo più nello Stato. Brusca ha ucciso mio fratello ma espiato la pena nel rispetto della legge». Lo dice all'Ansa Nicola Di Matteo, fratello del piccolo Giuseppe, il bimbo rapito il 23 novembre 1993, all'età di 12 anni, in un maneggio di Piana degli Albanesi, da un gruppo di mafiosi che agivano su ordine di Giovanni Brusca, tornato ieri in libertà.

Il poliziotto - «Non sono certo a favore della pena di morte, ma penso che 25 anni siano davvero poca cosa a fronte degli omicidi di cui si è macchiato. Lui torna libero, noi, invece, dovremo per tutta la vita fare i conti con l'ergastolo del dolore». Luciano Traina, ispettore in pensione della Polizia, non è solo il fratello di Claudio, l'agente della scorta di Borsellino ucciso nella strage di via D'Amelio insieme al giudice antimafia, ma anche uno dei poliziotti che nel maggio del 1996 partecipò al blitz per l'arresto di Giovanni Brusca. «Mi distaccarono volutamente in quella squadra - racconta all'Adnkronos - Forse Brusca non doveva essere catturato vivo e qualcuno pensò che trovandomi davanti a lui, magari in preda alla rabbia, mi sarei tolto un sassolino dalla scarpa, sparandogli. Si sbagliarono».  L'operazione fu coordinata dall'allora questore di Palermo, Arnaldo La Barbera e condotta dagli uomini della Mobile guidati dal commissario Luigi Savina.

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