Nazismo nessuno vuole la salma del boia di Bolzano

Publié le par Alto Adige - Paolo Cagnan

Alto Adige published 27/03/2011 di Paolo Cagnan

Misha Seifert, morto a 86 anni in carcere a Santa Maria Capua Vetere dove era detenuto come criminale di guerra, è lì sepolto nel cimitero civile senza che nessuno ne reclami il rimpatrio

Seifert MishaBolzano. Non ci sono fiori freschi, sulla tomba di Michael Seifert. Nato a Landau in Ucraina il 16 marzo 1924, morto all’ospedale di Caserta il 6 novembre 2010 a 86 anni. Non c’è il simbolo delle SS. Né c’è scritto “criminale di guerra”.

Lo hanno seppellito lì, nel piano interrato del “cappellone” della Chiesa madre del cimitero civile di Santa Maria Capua Vetere. Confidando nella pietas cristiana. Perché pregare i propri defunti accanto alla lapide del boia di Bolzano, a qualcuno potrebbe anche non piacere. Niente rimpatrio, per la salma dell’ultima belva nazista processata e condannata in Italia dopo Walter Reder, Herbert Kappler ed Erich Priebke.

Esattamente dieci anni fa, la Holy Family German Parish Church di Vancouver in Canada - dove “Misha” viveva e dove era stato rintracciato nel 1999 - aveva raccolto duemila dollari tra i fedeli per assistere il suo devoto parrocchiano. “Anche Cristo fu condannato da un tribunale, vuol forse dire che era colpevole?” aveva candidamente argomentato il pastore Benno Burghardt. Ma stavolta, nessuno se l’è sentita di avviare una seconda raccolta fondi per riportare Seifert a casa.

Sua moglie Christine, 81 anni, vive sempre nella linda villetta di stucco bianco al civico 5471 di Commercial Street a East Vancouver. Il figlio John, 54 anni, fa sempre il meccanico alla concessionaria Volkswagen del quartiere. I vicini dicono che, da piccolo, papà Misha lo picchiasse regolarmente con un cinturone borchiato di metallo, per temprarne lo spirito. Forse anche per questo, John non ha trovato i soldi necessari per traslare la salma in Canada. Pochi mesi prima del suo decesso, causato da complicazioni cardiache dopo la frattura di un femore nel carcere militare di Santa Maria Capua Vetere - l’ultimo d’Italia, dopo la chiusura di Forte Boccea e Peschiera - dove era detenuto dal febbraio del 2008, l’avvocato canadese Doug Christie si era giocato la carta preventiva del rimpatrio a spese del governo italiano. “La consorte - aveva scritto in una memoria del 12 luglio 2010 - mi ha detto che potrebbe essere sepolto accanto alla madre, a Vancouver. La tomba è già stata pagata”.

Nazionalità ucraina. Madrelingua tedesca. Passaporto canadese. Sepoltura italiana. E’ la parabola che il boia di Bolzano si è portato nella tomba, assieme al segreto sulla fine del suo inseparabile compagno di torture e omicidi, Otto Sein. L’unica volta che hanno potuto interrogarlo, il 13 marzo di tre anni fa, ha fatto scena muta. I procuratori Bartolomeo Costantini e Ulrich Maass volevano chiedergli proprio questo: “Dov’è il tuo socio?”. Ma Misha, tuta grigia a bande bianche, non l’ha tradito. O forse, semplicemente, non lo sapeva.

Ora che anche i due principali nazi-hunters europei sono andati in pensione con il cruccio di non aver potuto individuare uno dei due “macellai” del Lager, su tutta la vicenda sta inesorabilmente per calare il sipario.

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